.: Befana e Mito :.

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Con l’avvicinarsi dell’epifania, si avvicina anche il tempo del Panevin, un falò che Veneti e alcuni paesi del Friuli Venezia Giulia accendono per festeggiare l’anno che è appena terminato e propiziare quello nuovo. Le origini di questa usanza sono molto remote e legate ai culti dei celti attorno al V secolo a.C. .Originariamente era acceso la notte di Yule per festeggiare il ritorno della metà anno di luce. Solo successivamente alla cristianizzazione delle campagne venete, questo venne spostato alla notte dell’ Epifania per accompagnare il cammino dei Magi e vegliare sulla loro visita al Bambinello.

Chiedendo a mia nonna come usassero accendere il Panevin quando era piccola (si parla degli anni 30-40) mi ha raccontato quanto segue:

 

La notte della vigilia, a seguito della ripulitura di boschi, campi e alberi da frutto dai rami rinsecchiti e caduti, suo nonno selezionava un ramo a forma di “Y” e lo metteva a bruciare nel camino. Si aveva cura che i tizzoni creati dall’ ardere del legno resistessero fino al 5 gennaio e solo allora i bambini si riunivano e ad uno di loro veniva affidata la ‘bronza’ (tizzone), che avrebbe trasportato fino al catasto di legname al fine di accenderlo. Il prete poi provvedeva alla benedizione del falò e un eventuale scoppiettio del fuoco significava la fuga del demonio dai campi, con conseguente raccolto  florido in estate.

 

 Ad oggi rimane solo la divinazione attraverso l’osservare la direzione del fumo di questo Panevin.

 

Se al fum va a matina,cio’l su el sac e va a farina  

Se al fum va a sera, de poènta pien caliera.            

(Se il fumo va verso est, dovrai lavorare molto per avere un raccolto .Se il fumo va verso ovest, il  raccolto ti garantirà un paiolo  sempre pieno di polenta.)

Occasione di incontro tra famiglie, soprattutto di agricoltori, il 5 gennaio viene festeggiato anche con il dolce tipico dell’epifania, fatto con farina di polenta e frutta secca e un bicchiere di vin brulè. A seguire, il giorno dopo, i bambini trovano la calza appesa al camino piena di carbone in caso di condotta birichina o dolcetti e frutta.

 

La Befana e Strenia

L’origine della Befana deriva appunto dal mondo agricolo, è ciò che resta delle feste chiamate Saturnalia o Sigillaria in onore della dea Strenia . In loro concomitanza ci si scambiavano messaggi augurali e ai bambini venivano donate delle statuette d’argilla o di pane, chiamate ‘Sigilla’ ( dal latino signum, statua) o di altri materiali a seconda delle possibilità di chi donava, raffiguranti delle donne o animali. Proprio dalla parola Strenia deriva il termine strenna, sinonimo di dono.

Molto simile a Strenia, dea di prosperità, salute e buona fortuna, vi sono le figure mitologiche germaniche di Holla e Berchta che impersonificano la natura invernale che si fa vecchia ed aspetta la rinascita del Sole, atteso con i falò.

 

Frau Holle e Perchta

Anche se con la cristianità la Befana è stata accompagnata da una fama di vecchia strega che può procurare la morte a tutti i bambini non battezzati, secondo la mitologia germanica questa non ha una connotazione negativa, bensì è portatrice di mutamento e rinnovo, proprio come Cailleach. Frau Holle porta dunque fertilità e abbondanza, è dea dei matrimoni e padroneggia i cambiamenti climatici come sole, pioggia e neve, ma anche personifica la terra selvaggia, non coltivata e dunque ricca di alimentazione per le future coltivazioni. E’ chiamata anche Nonna Inverno (forse la moglie del famoso Babbo Natale chiamato dai popoli slavi Deda Mraza, ovvero nonno gelo?). Di Holle la gentile si racconta che nei dodici giorni seguenti il Solstizio, voli in lungo e in largo per i campi su di una slitta trainata da 12 cani e distribuendo doni a tutti, accompagnata da bambini, da streghe a cavallo di scope e dalle creature del Piccolo Popolo.

Come Frau Holle, le tradizioni alpine precristiane raccontano anche di Perchta la splendente che insegna l’arte del filare. Entrambe nei dodici giorni santi vagavano per campi e case, che in quel periodo non devono assolutamente venir pulite, né sistemate, per rivelare così se durante tutto l’anno appena trascorso le signore di casa hanno prestato cura ed amore ai loro focolari e magioni; ma non solo, anche nel filare. Una brava filatrice verrebbe premiata con scorte di lino e lana a non finire, al contrario i suoi filati sarebbero ingarbugliati e difficili da lavorare. Di Perchta si sa che è anche signora delle bestie, nonché guardiana del mondo animale. Sia Holle che Perchta, chiamata anche Berta, sono spietate e non serbano pietà per i violenti ed i prepotenti. I serbi la conoscono come Srecha, che significa ‘’fortuna’’.

 

Mamma Oca, sulle orme di Reitia

All’ epoca dell’inquisizione queste figure di donne-strega sono state bandite dal folklore, ma sopravvivono nell’ ombra grazie alla letteratura francese, in cui vi è un accenno a ‘Bertha piedi di papera‘ e grazie a dei racconti popolari in cui Holla e Berchta vengono rappresentate come una benevola mamma oca o in una signora anziana dalle zampe d’oca che racconta delle storie ai bambini. La prima volta che troviamo un riferimento a ‘’mamma oca’’ è nel 1626, ben quattro anni prima della fine dei processi alle streghe, mentre nel 1697 troviamo una sua prima immagine stampata nel libro ‘’ Tales of Mother Goose–  i Racconti di Mamma Oca’’.

A partire dai primi anni del 1800 finalmente  si ridà una aspetto di strega benevola a mamma oca nella rappresentazione teatrale ‘’Arlecchino e mamma oca’’, in cui la donna risveglia dalla morte una giovane e ordina ad una tempesta di aver luogo. Solo a fine Ottocento l’arte ritorna a parlare tranquillamente di Berchta accostandola ad Afrodite.

Considerando i tratti salienti di Mamma Oca/Berchta mi pare doveroso sottolineare delle corrispondenze con la dea dei Veneti antichi, di cui ancora poco si sa: Reitia.

 

Chiamata anche Potnia Theron (signora degli animali) e legata al culto della fertilità e anche dell’aldilà, questa Dea veniva raffigurata come una donna dalle zampe d’anatra, proprio come Berta, o con la testa equina. Di lei sono state ritrovate raffigurazioni in cui appare pure velata e circondata da animali, e qui vi è una forte corrispondenza con la Cailleach, dea protagonista del solstizio invernale, nonché santa Lucia. Veniva celebrata con ben otto roghi posti nei templi in corrispondenza dei punti cardinali e dei loro intermedi. In questi roghi venivano fatte bruciare delle statuette di bronzo (un rimando a Strenia?) e altri cimeli metallici con delle iscrizioni in Venetico, nonché numerose ossa di animali. Anche lei come Strenia vive nei boschi, ma a sua differenza aiuta le donne durante il parto e benedice le acque, tanto care al commercio veneziano. Gli animali a lei cari sono i cani, i lupi, i leoni ed i volatili selvatici.

Reitia deve forse il suo nome ai Reti., abitanti delle Alpi Retiche, ma è anche citata con altri nomi come Sanatei Reitiai, Sainatei Trumusicatei Tri (colei che scocca i dardi). Questo ultimo nome la ricollega anche ad Ecate e Porai Vebelei.

Le sacerdotesse di Reitia ricevono da questa il dono della scrittura.

 

E’ chiaro, alla luce di tutti questi collegamenti, che la figura della Befana riporti all’archetipo della donna anziana, fattasi saggia e che ormai è in grado di discernere il bene dal male. Questa capacità le dà modo di scegliere ciò che deve sopravvivere ai tempi e ciò che va buttato sul rogo per trovare un rinnovo. Essendo fortemente collegata all’elemento Terra e di riflesso anche a quello dell’ Acqua, la Befana porta salute e fertilità, come una qualsiasi donna che ha fatto suoi i tempi vissuti e li insegna ai propri nipoti, seguendo il filo della sua esistenza. Va quindi festeggiata con i frutti della Terra, quali noci, mandorle, nocciole e frutta rinsecchita come fichi e datteri, ma anche con il grano macinato per essere conservato nel lungo inverno. A lei è dedicato il dolce Pinza, originariamente fatto ocn pane secco rinvenuto con acqua e uvetta, poi negli anni rielaborato con farina di polenta cotta nel latte ed arricchito con uvette e frutta secca. La Pinza è il dolce che insegna a creare del buono, un’occasione di festa e buon augurio da ciò che ormai è vecchio e decadente. È tradizione che dura tutt’oggi quella di assaggiare almeno sette pinze differenti durante il Panevin.

 

.: Focolari a Nord- Est :.

 

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