Il Frassino, la Venere dei Boschi.

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Sono tre gli alberi benvoluti dal Piccolo Popolo: il Biancospino, la Quercia ed il Frassino. Quest’ ultimo, il cui nome è Fraxinus, fa parte della famiglia di Oleacee con circa altri 60 tipi di piante e nel nostro Bel Paese possiamo trovarne almeno tre tipi: Fraxinus Excelsior (frassino maggiore), Fraxinus Ornus (orno o albero della manna) ed infine Fraxinus Angustifolia (frassino meridionale). Albero sacro all’ ordine dei Druidi ed ai Celti in generale, il Frassino tra i suoi vari nomi viene anche chiamato Fràseno o Fràsano in dialetto veneto, mentre nell’ alfabeto Ogham rappresenta la terza lettera Nuin, Nin o Nion.

20628a02b617884efb086a1de1fbfa1fL’aspetto del Frassino

Il suo tronco è perfettamente cilindrico e la sua corteccia ricorda la pietra, liscia e grigiastra. La sua altezza varia dai 30 ai 40 metri. Il Frassino, assieme al Corniolo, Ippocastano ed Acero, fa parte di quei pochi alberi europei che presentano una ramificazione opposta, ovvero ogni ramo o bocciolo ne ha uno speculare. Le sue foglie compaiono solo dopo la fioritura, che avviene tra Aprile e Maggio e sono formate dalle 7 alle 9 foglioline, disposte in modo speculare tra loro, presentano un verde scuro ed intenso sul dorso, mentre nel lato inferiore un verde più chiaro ed argentato. Infine i suoi fiori sono dei grappoli dai piccoli fiorellini bianchi, che nell’ Orniolo presentano anche un lungo pistillo giallo,che poi lasciano il posto a frutti detti Disamare o Samare e contenenti un unico seme ovale in caso di Frassino Maggiore o tondeggiante in caso di Orniolo. Questi frutti appaiono verdi da crudi e verso ottobre, in piena maturità, sono marroni. Vi siete mai chiesti perché il suoi frutti abbiano la forma ad ala di libellula? Proprio per volare e disperdersi con più facilità nell’ ambiente e poter germogliare! In inverno inoltre è possibile distinguere il Frassino dalle sue inconfondibili gemme scure e vellutate, delle quali la centrale risulta essere la più grossa!

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Il Frassino, Albero del Mondo o Asse Cosmica

Albero dall’ interessante mitologia, il Frassino nella sua imponenza, visibile da lunghe distanze, viene nominato nelle letterature come Albero del Mondo forse anche a causa della sua altezza e forma. Il suo tronco dritto diventa simbolo della colonna che attraversa i vari livelli della realtà, quasi come fosse la colonna portante dell’ Universo o l’ ingrandimento naturale dell’ Uomo ‘’santo’’, di colui che fa propri i segreti della Madre Terra, in cui è radicato ed il Padre Cielo, con cui si collega spiritualmente. I suoi molti rami, aperti come delle braccai che salutano il Sole, sono viste come le numeroso possibilità di regni di cui fare esperienza durante il viaggio sulla Terra. Le sue foglie invece simboleggiano le possibili incarnazioni. Nel complesso, essendo uno degli ultimi alberi a perderle durante l’anno, ispira un’ immagine di sopravvivenza alla morte.Il suo aspetto ricorda anche la forma della placenta e la distribuzione delle vene che su di essa compare.

YGGDRASIL

Collegato nella mitologia norrena ( dei popoli della Scandinavia centro-meridionale, chiamati anche Ascomanni) ad Yggdrasil , l’albero cosmico della vita il cui tronco è ‘’ lambito da limpide acque’’ e dalle cui foglie cadono delle gocce di dolce miele, che invitano le api e portano un messaggio di fecondità all’ Uomo.

« So che un frassino s’erge

Yggdrasill lo chiamano,alto tronco lambitod’acqua bianca di argilla.

Di là vengono le rugiadeche piovono nelle valli.

Sempre s’erge verde su Urðarbrunnr. »

(Völuspá – Profezia della Veggente)

Questo albero è retto da tre radici: la prima si narra porti a Helheimr, che è il regno dei morti o addirittura si allunghi fino a Niflheimr, finendo alla fonte di Hvergelmir. Sotto di essa vivrebbero tanti serpenti ‘’che nessuna lingua del mondo sarebbe in grado di contare’’; tra di esse vi sarebbe anche il serpente chiamato Níðhǫggr. La seconda radice porta a Jǫtunheimr che è la terra dei giganti ed arriva al pozzo che dona sapienza e conoscenza, Mìmisbrunnr, che deve il suo nome al suo custode, appunto Mimir, che da essa attinge l’acqua con il corno Gjallarhorn. Anche Odino bevve da questa fonte, ma dovette lasciare come pegno un suo occhio. Infine la terza radice porterebbe a Miðgarðr, regno del sottosuolo affidato agli Uomini e giungerebbe alla  fonte di Urðarbrunnr, luogo dove gli Æsir tengono il loro consiglio ogni giorno. Davanti a questa fonte, c’è la dimora delle Nornir (le Norne), Urðr, Verðandi e Skulld. Sono tre donne che stabiliscono il destino degli uomini. In quella fonte vivono i due cigni che hanno dato vita a tutti i cigni di oggigiorno.

I rami di Yggdrasil invece sorreggono i nove mondi che costituiscono l’ Universo e che sono nati dal sacrificio di Ymir, primo gigante del ghiaccio e conosciuto presso il suo popolo col nome di Aurgelmir; questi nove mondi sono chiamati Ásaheimr il mondo degli degli Æsir, Álfheimr che è mondo degli elfi, Miðgarðr, mondo degli Uomini, Jötunheimr, che è il mondo degli Jötunn, ovvero i giganti. Vanaheimr dei Vanir, Niflheimr ovvero mondo del gelo, Múspellsheimr o mondo del fuoco, Svartálfaheimr, il mondo degli elfi oscuri e dei nani ed infine Hel, mondo dei morti.

Presso Yggdrasil vi è pure una numerosa fauna, come riportano alcuni versi del Grimnismal (poema gnomico del X secolo, il cui titolo significa ‘’ Discorso di Grimnir’’, quarta composizione della Ljóða Edda.)

Ratatoskr si chiama lo scoiattoloche correràsul frassino Yggdrasill;

dell’aquila le parole dall’alto porterà e le riferirà a Níðhǫggr in basso.

 Ci sono poi i cervi, quattro che i più alti ramoscelli (?)

tendendo il collo brucano.

Serpenti numerosi stanno sotto il frassino Yggdrasill,

più di quanti credino gli insavi;

Góinn e Móinn,(sono di Grafvitnir i figli)Grábakr e Grafvǫlluðr,

Ófnir e Sváfnirsempre dovranno, io credo,rodere i rami dell’albero.    

La Manna, Miele di Rugiada o Sudore delle Stelle… e altre curiosità sul Frassino.

Incidendo il Frassino si può ricavare una linfa zuccherina, la Manna, molto usata dalla cultura araba ma anche mediterranea in genere. Secondo una leggenda citata nella Bibbia, questa manna (la manna dal cielo) avrebbe sfamato gli Israeliti, metre greci e romani lo conoscevano col nome di sudore delle stelle o miele di rugiada. Questo perché il miele del frassino cade sul suolo una volta dopo essere stato trasudato dalle foglie, dando l’ impressione che sia caduto dal cielo formando una rugiada dorata sull’ erba.

Il Frassino, Madre dell’ Universo, è stato visto dalle culture celtiche anche come la controparte femminile della Quercia, che è l’ albero padre del Tutto. Sacro al dio del mare Lir, Gwydion il mago, Loki, Odino, Nemesis, Urano, Poseidone, Thor, Marte ed Oceano.

Nelle associazioni astrologiche basate sul calendario Ogham, il Frassino corrisponderebbe alla costellazione ed energie dei Pesci nel mese di marzo. E’ associato al Sole, a Nettuno ed a Mercurio. La Runa ad esso associata è Ansuz ed il suo periodo nell’ oroscopo celtico va dal 18 febbraio al 17 marzo

Usi del Frassino e delle sue parti (NOTA: SONO INFORMAZIONI, NON CONSIGLI MEDICI)

I suoi semi possono essere decorticati e serviti con le insalate, con l’infuso della sua corteccia si può ricavare un blando diuretico. Mentre la corteccia pura è un potente astringente, utilizzato in passato per curare malattie epatiche e reumatismi. Altri usi che se ne fanno sono quelli di antipiretico, antinfiammatorio per le infezioni renali o delle vie urinarie, per espellere i parassiti intestinali e addirittura per curare la malaria

Proprietà magiche

Le sue foglie portate come amuleto attirano prosperità, oppure bruciate a Yule (21 dicembre) con lo stesso scopo. Inserite nel cuscino su cui si dorme favorirà i sogni profetici, mentre messe in una coppa con dell’ acqua, accanto al proprio giaciglio, allontanano la malattia. Se si indossa una giarrettiera di corteccia verde di Frassino, si tengono lontani i sortilegi dei maghi, mentre passare un bambino malato attraverso la spaccatura di un tronco di Frassino lo guarirebbe. Il suo uso in generale riguarda la connessione con l’ Universo e la stabilizzazione dell’ Armonia. Questo albero magico guarisce lo spirito umano dalla solitudine, poiché stabilisce una connessione con gli Dèi, è l’ Albero dell’ iniziazione poiché dona la saggezza cosmica. Nei rituali è usato anche per sciogliere i blocchi mentali.

Essendo piuttosto dritti, i suoi rami sono usati come bacchette che indirizzano l’ energia solare dedita alla guarigione. Attira inoltre i fulmini.

 

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Biancospino – Il Figlio della Luna

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Maggio è il mese del corteggiamento e dell’amore dopo il freddo dell’inverno e così il Biancospino (Crataegus, della famiglia delle Rosaceae), si ritrova ad essere considerato come fiore legato all’ amore che nasce ed ai matrimoni. Il suo legno veniva utilizzato dagli antichi greci come torcia matrimoniale durante la prima notte di nozze, mentre le ragazze ne indossavano una coroncina ai matrimoni.  Nella letteratura erotica araba invece si descrive il suo dolce profumo stantio come afrodisiaco, poiché ricorda il profumo delle donne eccitate (questo molto probabilmente perché i fiori contengono trimetilammina, che dà il tipico odore di pesce).

La Pianta 

Solo un biancospino non potato può dare frutti e fiori liberamente, tuttavia i suoi contorni vanno potati per mantenerne l’ordine.  Come molti altri arbusti , il Biancospino cresce anche in un bosco dove ci sia abbastanza luce o in radure aperte, selvaggio o nei sentieri lungo il bosco . Un singolo albero può essere lasciato in un campo come ‘ albero fatato ‘ , soprattutto in prossimità di un sito archeologico. Gli uccelli vanno ghiotti delle sue bacche.

Le leggende, i miti

Pianta da sempre sacra alla Dea romana Flora e Maia Greca, per la tradizione Celtica il Biancospino sarebbe una pianta affine alle Fate, ed è uno dei tre alberi sacri , insieme con la Quercia ed il Frassino. Secondo le leggende infatti tra i Biancospini vivrebbero i popoli fatati ed il potarlo in malo modo e ripetutamente potrebbe destare sia le urla ed il pianto dell’ albero stesso, sia le ire dei suoi abitanti, con conseguente sfortuna dei malfattori. Al contrario prendersene cura attirerebbe la benevolenza delle fate. Un suo rametto appeso alle travi di casa tiene lontani gli spiriti malevoli ed i fantasmi molesti, mentre appeso nella stalla farebbe produrre un latte squisito alle mucche. Tenerne un ramoscello in mano durante la pesca la propizierebbe, mentre tagliarlo il primo maggio causerebbe sfortuna alla famiglia.In Irlanda sono spesso indicati come ‘ cespugli gentili’ per la consuetudine di non nominare le fate se si sosta sotto ad essi, in segno di rispetto . Grazie alle loro spine poco fitte, erano conosciuti come ‘alberi dei convegni delle fate’ e spesso crescono agli incroci, perchè in quel punto non poteva essere creata una strada per  non disturbare il piccolo popolo o vengono pensati per essere sede di altari pagani.Sempre in Irlanda si dice che su di un’ isola del  fiume Shannon vi fu un Biancospino sacro sulla tomba di saint Patrick, la cui rugiada si depositava sul fondo della pietra funebre, riempiendola con acqua dai poteri  curativi: il famoso pozzo di san Patrizio. Vi è poi a Cork il pozzo di santa Brigida, nel quale si narra si raccogliesse la rugiada caduta dalle spine del Biancospino.

Rimane poi simbolo di speranza nell’era cristiana: In un mito cristiano si racconta che Giuseppe d’ Arimatea giunse a piedi a Glastonbury per seppellire il Graal(che si narra sia luogo dove sorgeva Avalon) ed il suo unico bagaglio fosse un ramo di Biancospino. Qui giunto avrebbe lo  piantato nel terreno, dove divenne il più grande albero di Biancospino in tutte le isole britanniche, e che fu sfortunatamente abbattuto durante la repubblica di Cromwell. Un rampollo di questo albero cresce ancora sul vicino Wirral Hill, che è quasi certamente un antico sito pagano. E sempre in ambiente cristiano, in altre circostanze, il Biancospino viene considerato con valenza negativa, poiché si credeva che le streghe ricavassero da esso le loro scope. I suoi boccioli e fiori appassiti, poi, avrebbero attirato nelle magioni gli spiriti maligni.

Gli usi del Biancospino, altre testimonianze dalla letteratura inglese

’Non c’è un ragazzo, né una ragazza distesi sull’ erba in questo giorno, ma si sono alzati e sono andati a donare un ramo di Maggio ( altro nome del Biancospino ndr); ritornando a casa con ramoscello di Biancospino come promessa di gioventù’’

 

‘’There’s not a budding boy or girl this day,

 

But is got up and gone to bring in May;

 

A deal of youth ere this is come

 

Back, with whitethorn laden home.’’

 

 (Robert Herrick, poeta inglese del ‘700)

 

Oppure come scrive sir John Mandelville:

‘’ Poi il nostro Signore fu condotto in un giardino… e li i giudei lo umiliarono, e gli fecero una corona di rami di Albaspina, che è il Bianco Spino, che cresceva nello stesso giardino, e lo misero sul suo capo… e prima di allora il Bianco Spino ebbe molte virtù. Per colui che ne prende un ramo, nessun fulmine e in nessun modo la tempesta possono fargli del male, né nelle case in cui si trova possono entrare spiriti maligni’’

 

’Then was our Lord ylad into a Gardyn…and there the Jews scorned him, and maden him a Crowne of the Braunches of Albespyne, that is White Thorn, that grew in the same Gardyn, and setten yt on hys Heved…..And therefore hathe the White Thorn many Vertues. For he that berethe a Braunche on him thereoffe, no Thondre ne no maner of Tempest may dere (hurt)him; ne in the Hows that it is inne may no evylle Gost entre.’’

 

 

Ogni pastore racconta la sua storia sotto il biancospino nella vallata (John Milton)

 

Il Biancospino, i riti e Beltane

Se si ha la fortuna di trovarsi sotto un cespuglio di Biancospino alla vigilia di Beltane e respirarne il profumo muschiato dei fiori bianchi a cinque petali , protetti dalle sue spine nascoste, poi si può scoprire il significato che ha questo arbusto per noi, le rivelazioni che ci fa sul nostro cammino. Inoltre è un albero che favorisce l’ incontro con i propri cari dell’ Aldilà. I Wiccans moderni ed i Neo-druidi appendono dei nastri colorati durante la fioritura del loro Biancospino: uno straccio appeso ad un albero posto ad un incrocio per la fortuna e l’esaudire i desideri, un nastro rosa per l’amore, uno blu per la protezione, verde per la salute e viola per ingraziarsi la conoscenza occulta. Il Biancospino essiccato inserito nel cuscino garantisce sonni tranquilli e tiene lontani i parassiti cosmici, una sua spina portata come amuleto tiene lontane le persone negative e la tentazione di farsi plagiare. Un infuso fatto con un ramo di Biancospino in aceto bianco nei quaranta giorni prima della vigilia di Beltane, esposto sia al Sole che alla Luna, e poi usato nell’ acqua del bagno, pulisce dalle fatture e dai malefici.

Usi terapeutici del Biancospino come infuso o tintura madre (ricco di flavonoidi)

Le foglie molto giovani possono essere messe in insalata o utilizzate per fare un tè assieme alla Veronica.

Con i fiori si può fare una grappa favolosa, perché molto zuccherini, mentre le bacche possono essere messe in infusione nel vino rosso (sangiovese in particolare).

Con i semi macinati si può ricavare un ottimo sostituto per la farina.

Utile per:

Colesterolo

Insonnia

Ansia

Ipertensione

Concentrazione negli studi

Stipsi

 

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TREVISO MEDIEVALE -agricoltura e podesterie

.:Ricerca di gioventù:.

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La vite, che era presente da secoli e non solo sulle pendici collinari,  nel tempo che qui interessa costellava ormai l’intera pianura, dalla pedemontana fino alle fasce prossime alla laguna. Al riguardo esistono testimonianze tra cui la lettera ducale, emessa nel 1371 al fine di modificare gli importi del dazio sulla produzione del vino e che investiva l’intera podesteria di Treviso ovvero tutte le ville iscritte nei distretti amministrativi di Treviso, Noale, Oderzo, Asolo, Castelfranco e Mestre. L’ estensione della viticoltura aveva dato luogo ad una specializzazione di qualità ( e a una maggiorazione del dazio) nelle zone del Montello e di Montebelluna. Nell’atto di podestà viene precisato che le località del vino migliore andavano individuati in Nervosa, Cusignaga, Bavaria, Giavera, Castagnè, Selva, Lavaggio, Arsauno, Volpago, Martignago, Venegazzù, Caonada, Biadene, Capodimonte, Posmon, Visnà di Sotto, Capo di Pieve (Montebelluna), Guarda, Caerano.

La documentazione dello sfruttamento territoriale a fine arativo tuttavia presenta delle interruzioni, ma dal 1344 al 1409 i dati sono più che esaurienti al fine di conoscere il nostro territorio.

Le coltivazioni erano ricche nella gamma di cereali che già conosciamo e nella quale era compresa pure l’avena, altrove pressoché inesistente. La produzione dei legumi era incentrata sulle fave e comprendeva  fagioli e ceci bianchi. Nelle fonti non compare il lino, perché escluso dal rilevamento annuario, ma la coltivazione è attestata per altre vie.

Il frumento era la coltura privilegiata e lo testimonia il fatto che venisse prezzato 30 centesimi.

 Negli anni 1344 – 1376 i raccolti di frumento corrisposero al 57 – 63% circa della produzione complessiva e soltanto nel 1377 si registrò la parità quasi piena fra frumento, da un lato, segale, spelta, avena, legumi, dall’ altro. A partire dal 1390, quando la serie riprende dopo un’interruzione di tredici anni, il primato del frumento si esprimeva con margini più sostanziosi, oscillando tra il 60 e il 74% dei raccolti.

Specializzazioni  nel campo della cerealicolo

 Il quartiere rurale del Piave produceva pochissimo frumento, solo il 5,8% e il 5,1% nelle due scadenze cronologiche. Per contro era zona maggiore produttrice della segale per la quale contribuiva per il 68,2% nel 1409)

Mestre era maggior produttrice di frumento con una percentuale del 52%, mentre i quartieri di Campagna e della Zosagna partecipavano rispettivamente per il 25,3% e il 16,9% nel 1344 .  L’espansione del frumento fu dovuta anche fortemente all’ influenza dell’economia di scambio nell’ agricoltura trevigiana. Venezia spinse molto al cambiamento agricolo, essendo presente tra i cittadini e religione attraverso il possesso fondiario.

Strutture fondiarie del Trevigiano

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Nel periodo tra metà e fine Trecento il territorio del trevigiano risultava essere molto parcellizzato, al punto che le transizioni interessavano non più di tre campi per volta ( ricordando che 1 campo trevigiano = m² 5.205). Lo testimoniano gli atti di compravendita stipulati in tal periodo e che interessavano beni situati nell’ oltrepiave di Colbertaldo e Vidor.

I contratti risultavano tuttavia essere molto ambigui, poiché si iniziò a preferire contratti a tempo definito in quinquenni, anziché perpetui e consuetudinari. Tuttavia, nonostante questa novità economica, continuarono ad essere praticate le biade interzate (due terzi di biada) accompagnate dalla metà del vino, oppure i canoni a solo frumento nei dintorni di Treviso sempre associati ad una quota di vino.

La resistenza al mutamento era tanto forte che poteva accadere che l’uno e l’altro tipo di canone fossero presenti contemporaneamente in un medesimo patrimonio, come informa un documento del 1370, il quale si riferisce alle proprietà della domus veneziana di S. Giovanni del Tempio.

Allevamento

L’allevamento era una fonte importante di reddito. C’è  qualche attestazione sulla presenza di piccole  mandrie bovine nelle zone del Piave e soprattutto greggi, composte da un numero assai elevato di capi, che transumavano fra la pianura e le montagne feltrine e bellunesi. Queste attività inoltre originavano flussi commerciali colleganti i centri rurali con la piazza cittadina e con il mercato veneziano.

Ordinamento del distretto trevigiano: podesterie minori

 

Anche a Treviso, subito dopo la conquista, il governo veneziano procedette alla distruzione di alcuni castelli (Montebelluna e S. Zenone degli Ezzelini nel 1338, prima ancora della pace; Treville nel 1343). Col tempo, il controllo dei luoghi strategici posti al confine con il territorio feltrino (carrarese o imperiale, comunque nemico o sospetto) venne rafforzato e precisato, ad esempio alla chiusa di Quero, nei pressi della quale costruì nel 1376 una nuova fortezza, a Castelnuovo. Ma in tutta la porzione del distretto trevigiano soggetta all’autorità del comune cittadino il governo veneziano introdusse (marzo 1339) e prima della dedizione formale del comune di Treviso (1344), importanti modifiche nell’ ordinamento del territorio, auto-designandosi podestà di tutti i più importanti centri del distretto: Asolo, Castelfranco, Mestre, Conegliano, Portobuffolè, Serravalle, Oderzo.

Le scontate richieste del comune trevigiano rimasero inascoltate:

civitas Tarvisii sit integra et quod totus comitatus ei respondeat cum omnibus iuribus et rationibus, reditibus proventibus castris, fortiliciis iurisdicionibus et districtu, come era tempore comunitatis, fino al 1283 quando Gerardo Da Camino fu creato signore).

Nel 1339, iusta seriosam continenciam peticionis sue, fu riconosciuta formalmente ai Tempesta (gli antichi avvocati del vescovo), legati a Venezia, secondo i cronisti, da un patto di recommendatio, la giurisdizione su Noale e sulle ville vicine (tra cui Crespignaga), confermata loro dagli Scaligeri e da Giovanni di Boemia: ma nel 1360, dopo la guerra ungherese, in un momento importante di riassetto ( cade qui ad esempio la riforma e l’approvazione degli statuti di Serravalle, nuper reformatis et correctis per eos) fu istituita la podesteria di Noale affidata ad un patrizio veneziano, pur lasciando alla famiglia alcune prerogative, come la sorvegliando sul mercato di Trebaseleghe; Motta di Livenza, rimasta ai Da Camino, fu retta da un podestà veneziano a partire dal 1338.

Particolare rilievo ha, tra i centri minori sede di podesteria veneziana, Conegliano. Sotto la dominazione asburgica e carrarese, le prerogative del comune, ben più consistenti e risalenti nel tempo (elezioni del consiglio, amministrazione della giustizia da parte dei consoli, competenze nelle istruttorie civili e criminali ecc…) rispetto a quelle di altri castelli, vengono confermate. È sancita pure la vigenza dello statuto locale.

 

 

è una ricerca che ho svolto presso la biblioteca universitaria di Udine, dipartimento di Lingue e Letterature dell’ Europa occidentale. non mi è possibile fornire il titolo dei testi da cui ho ricavato le informazioni, poichè è passato circa un decennio e questi scritti, proprio oggi, mi hanno ” ritrovata”. sarebbe stato un peccato non pubblicarli. E ce ne sono ancora…

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.: Lupercalia – a Giunone :.

– La festa di San Valentino e le sue origini pagane –

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‘’Gli antenati Romani chiamarono Februe le ispirazioni: ora anche numerosi indizi danno conferma alla parola. [20] I pontefici al re e al flamine chiedono le lane, a cui era nome februa nella lingua degli antichi; il littore prende dalle case stabilite ciò che è mezzo di purificazione, sono denominati ugualmente il farro tostato con i granelli di sale; lo stesso nome al ramo, che tagliato da un albero intatto [25] ricopre le caste tempie dei sacerdoti con la fronda. Io stesso vidi la sposa del flamine che chiedeva februe; a lei che chiedeva fu dato un ramo di pino come februa. Infine tutto ciò che c’è con cui sono purificati i nostri corpi, presso gli avi barbuti aveva questo nome. [30] Da ciò il nome del mese, poiché i Luperci con strisce di pelle tagliata percorrono ogni luogo, e ritengono ciò una purificazione: o poiché placati i sepolcri i tempi sono puri, allora quando passavano i giorni ferali. I nostri vecchi credevano che gli oggetti purificatori[35] potessere togliere ogni crimine e ogni causa del male. La Grecia fu iniziatrice della tradizione: quella empia ritiene che i colpevoli purificati depongano i misfatti. ‘’ (Ovidio, Fasti, libro II)

 

Ai piedi del Palatino, monte su cui si ritiene fossero dapprima stanziati dei Greci immigrati dall’ Arcadia e guidati da Evandro con il figlio Pallante e poi sorta la Roma Quadrata, si narra vi fosse una grotta ricoperta di querce e contenente una fonte d’acqua. In questa Lupercale Romolo e Remo, figli di Rhea Silvia che discende da Enea e di Marte, vennero nutriti dalla famosa Lupa e da un Picchio, entrambi animali sacri al loro padre.

A ricordo di quanto successo e sicuramente per auspicio di un’ eterna fecondità alla città di Roma, fino all’epoca imperiale si sono celebrate le Lupercalia nei giorni della purificazione del 13, 14 e 15 febbraio. Durante questi giorni erano molti i numen malefici a cui ci si appellava per la purificazione, a partire dal dio Februus etrusco, poi divenuto dea Febbre che purifica dalla malaria. Ma il dio al quale queste feste erano dedicate era propriamente Luperco o Faunus Lupercus, collegato al Lupo che è animale caro a Marte e poi successivamente associato a Pane Liceo, ovvero il greco Pan.

Juno Februata, Era e Rhea Silvia. La fecondità selvaggia.

E’ noto a tutti che Giunone sia la dea protettrice del matrimonio e del parto, rappresentata spesso nell’ atto di allattare e dichiarata amica di Troia, poiché una profezia vuole la sua Cartagine distrutta dai discendenti di Enea, ovvero i Romani. Perciò un appellarsi a lei nella qualità di februata nell’ ultimo mese dell’ inverno romano, affinchè purifichi le greggi e gli uomini dalla malaria, proteggendone la fecondità, può collegarsi al fatto di voler tenere a bada la sua ‘’ira tenace’’ come ne parla il Virglio ne l’ Eneide. Sua corrispondente greca è Era (o Hera), la moglie iraconda di Zeus nonché patrona della fedeltà coniugale. Ed è qui che mi sorge spontaneo un parallelismo con Rea Silvia, di cui si narra essere stata costretta dal fratello a diventare una sacerdotessa di Vesta, una vestale ed obbligata così al voto di castità per trent’anni, quindi al non concedersi ad alcuno impedendole così di avere discendenti per il proprio regno. A causa del suo amore galeotto con Marte, di cui rimase incinta, fu seppellita viva ed i suoi figli messi in un cesto sul fiume da una serva di suo fratello per risparmiare segretamente loro la vita.

Da queste tre figure ne ricaviamo un archetipo preciso, che è quello della donna selvaggia, possiamo azzardare anche a rivederle nell’aspetto di Dea Madre, carnificazione della Terra, liberata dalla bruta mascolinità che ne vuole castrare la creatività, la spontaneità nell’ essere feconda. I pagani romani questo lo sapevano bene, sapevano bene quanto fosse importante l’espressione dell’amore carnale e purificato dal peccato, visto come massima espressione della vitalità che fa proseguire le discendenze, la vita tutta. È per questo che furono istituite le Lupercalia, checché se ne dica oggi di tutti i colori.

La Lupa: così era anche chiamata la prostituta nell’antica Roma.

Al contrario di quanto si pensi oggi, l’amore  carnale mercificato ai tempi dei Romani era una cosa considerata come naturale sfogo degli istinti, poiché lo sfogo carnale aumenta lo slancio vitale e fa felici i popoli. Sul Palatino (guarda caso proprio qui) vi erano costruite delle lupanare, ovvero bordelli, in cui lavoravano donne altolocate o fanciulli liberi (sì, l’omosessualità era cosa normale!).  quindi ad aver accolto Romolo e Remo potrebbe essere stata si una Lupa, ma inteso come sacerdotessa del sesso, che li allattò per poi consegnarli in adozione a Faustolo ed Acca Larentia.

I riti delle Lupercalia sono molto carnali e si suddividono in ben due momenti. I Luperci, sacerdoti del Fauno, si premuravano di sacrificare una giovane capra e dei cani, animali dal forte istinto sessuale,  per auspicare la fertilità. Dopodiché due giovani  di nobili origini, scelti precedentemente, venivano toccati sulla fronte con una spada sporca del sangue sacrificale. La Lama veniva poi ripulita con della lana vergine imbevuta nel latte e questi giovani dovevano scoppiare a ridere fragorosamente.

Ai Luperci veniva poi offerto un abbondante banchetto,m in cui venivano serviti con scrupolo. Successivamente questi tagliavano la pelle della capra sacrificata in tante strisce (februa) e le usavano per vestirsi e assomigliare così al dio Lupercolo. Con le strisce avanzate frustavano simbolicamente le persone della città, rincorrendole. Così auspicavano fecondità e pulivano simbolicamente anche la terra pronta ad accogliere le sementi.

San Valentino è ciò che rimane di queste feste, oramai cristianizzate, e mantiene celato il significato dell’amore di coppia volto alla fecondità,  custode della forza vitale ormai castrata dalla cristianizzazione e riduzione al peccato di tutte le forme di gioia spontanea. Il papa Gelasio I nell’ invettiva Adversus Andromachum senatorem proibì ai fedeli di partecipare in qualsiasi modo a queste feste e fece in modo che fossero sostituite dapprima con la festa di Santa Febronia nel 494 d.c. (ora 25 giugno) e poi cambiata con quella di San Valentino. Valentino, ovvero ‘’soldato di valore’’ è anche conosciuto per avere intrapreso una durar battaglia contro il paganesimo, subendo il martirio sotto il regno di Aureliano il 14 febbraio 273.

La gioia di vivere sopravvive nella storia.

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• I GIORNI DELLA MERLA E LA CANDELORA 

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Nei prossimi giorni avremo modo di fare esperienza, come annualmente avviene, della festa della Candelora, conosciuta così da noi italiani, ma che il mondo pagano chiama con il nome di Imbolc o Oimlec. A precedere queste giornate la nostra tradizione italiana vuole che gli ultimi tre giorni di gennaio siano chiamati Giorni della Merla e vi sono delle leggende che spiegano questo nome. Quella che mi piace di più e che trovo più affine ad Imbolc narra che l’inverno amasse fare degli scherzi ai merli, che un tempo erano completamente bianchi, ricoprendo tutto il paesaggio con neve e ghiaccio e rendendo così impossibile il procurarsi del cibo. Un merlo, deciso a sopravvivere al mese di gennaio, che allora era fatto di soli 28 giorni, decise di ribellarsi facendosi una scorta di cibo tale che gli permettesse di rimanere nascosto nel suo nido per tutta la durata del freddo… così il 28 gennaio decise di festeggiare la sua resilienza uscendo dal nido e cantando con gioia di come l’avesse fatta in barba al’inverno, che nel frattempo, urtato nell’orgoglio, rubò tre giorni a febbraio per prolungare la morsa di gelo. A questo punto il povero merlo trovando poco adatto il suo ristoro per sopravvivere a questo freddo, decise di rifugiarsi assieme ai suoi tre pulcini in un caminetto, da cui uscì solo alla fine della tempesta. Da allora il suo piumaggio assunse la colorazione nera a causa della fuliggine del camino.

È chiaro che celato dietro questa leggenda vi sia una simbologia ben più profonda ed interessante e forse attraverso i simboli si è voluto far sopravvivere il significato profondo di Imbolc, oggi cristianizzato sotto il nome di Candelora.

 

Il Merlo, animale territoriale che scruta tutto con attenzione e arriva a tener lontani anche i propri simili se ritenuti intrusi, è conosciuto dai druidi e dai pagani come animale che sta al confine tra i due mondi. Associati alla dea gallese Rhiannon, tre merli se ne stanno appollaiati a cantare sull’albero della vita al confine tra i mondi ed il loro canto, al calar del sole, accompagna come una nenia chi li ascolta in uno stato di rilassamento e trance che consente il passaggio in luoghi paralleli. Ma cosa significa attraversare al soglia di due mondi al giorno d’oggi? Significa maturare una maggior consapevolezza di sé, passare a livelli spirituali in cui i problemi che portano il gelo nella nostra vita diventano risorse per reinventarsi e sopravvivere come semi all’inverno della nostra esistenza, che non necessariamente è identificabile con la vecchiaia, bensì con la stanchezza che aiuta a cambiare, a dire ‘’basta, io cambio, rivendico il mio diritto ad esistere!”. Il Merlo ci invita alla Resilienza. Chi resiste lo fa perché scopre il suo potenziale, passando attraverso dei portali della coscienza, ciclicamente. Non è forse il tempo scandito dalla ruota celtica appunto una spirale ascensionale, apparentemente disegnata come ruota? Ritorniamo sui nostri passi per correggerci, addolcirci, fluidificarci e crescere, questo ci insegna il cammino nel nome della Grande Madre.

 

Non a caso i Giorni della Merla cadono prima della festa di Imbolc, festa del fuoco o della Candelora, festa delle luci (1 o 2 febbraio). Imbolc letteralmente significa ‘’nel grembo’’ mentre l’altra sua dicitura, Oimlec, significa ‘’latte di pecora’’, poiché proprio in questo periodo le pecore iniziano a sgravare. Ma sappiamo bene che il grembo è anche la Terra in cui sono celati i semi che proprio in questo momento germogliano e si preparano a darci i frutti per recuperare le energie, che ci preparano così all’Imbolc successivo. Ed il grembo è anche il nostro, poiché attraverso lo Yoni (il sacro utero) possiamo percepire con verità la realtà, vivendo a fondo l’archetipo della Madre.

La Dea onorata ad Imbolc è Brigid, che per i cristiani è divenuta santa Brigida, compatrona d’Europa assieme a Santa Chiara. Per gli antichi romani si trattava della Dea Febbre e del dio etrusco da cui pare derivare il suo culto, Februus, entrambi dei della guarigione e della purificazione. Non è un caso se Febbraio, ultimo mese dell’inverno che allora non era suddiviso in mesi, deve il suo nome proprio a queste divinità: proprio in questi giorni, con culmine il 14 febbraio, ci si dedicava ai rituali di purificazione. Solo posteriormente sono stati soppiantati dalla festività di San Valentino.

Brigid è la Dea che protegge poeti, fabbri e che guarisce e purifica attraverso il suo fuoco sacro, nonché ispiratrice delle guarigioni più intime e della forza vitale. Il fatto che esas sia protettrice dei fabbri ci indica la sua benevolenza verso coloro che attraverso il fuoco plasmano la materia ed il proprio destino, come delle vere streghe, ma anche come il Merlo sopravvissuto con tenacia al gelo attraverso il buon uso del proprio fuoco sacro.

 

 

‘’Io sono la genitrice dell’universo, la sovrana di tutti gli elementi, l’origine prima dei secoli, la regina delle ombre, la prima dei celesti; io riassumo nel mio volto l’aspetto di tutte le divinità maschili e femminili: sono io che governo col cenno del capo le vette luminose della volta celeste, i salutiferi venti del mare, i desolati silenzi dell’Averno. Indivisibile è la mia divina essenza, ma nel mondo io son venerata ovunque sotto molteplici forme, con riti diversi, sotto differenti nomi. Perciò i Frigi, i primi abitatori della terra, mi chiamano madre degli Dèi, adorata in Pessinunte; gli Attici autoctoni, Minervia Cecropia; i Ciprioti bagnati dal mare, Venere di Pafo; i Cretesi abili arcieri, Diana Dictinna; i Siciliani trilingui, Proserpina Stigia; gli abitanti dell’antica Eleusi, Cerere Attea; alcuni, Giunone; altri, Bellona; gli uni, Ecate; gli altri, Rammusia. Ma le due stirpi degli etiopi, gli uni illuminati dai raggi nascenti del sole all’alba, gli altri da quelli morenti al tramonto, e gli Egiziani cui l’antico sapere conferisce potenza, mi onorano con riti che appartengono a me sola, e mi chiamano, col mio vero nome, Iside Regina.”

(da La Metamorfosi di Lucio Apuleio)

 

 

Dove risiede la vostra forza? Come rinascerete in questo Imbolc?

 

.: Focolari A Nord- Est :.

La Luna Quieta – Luna del Lupo

Quando nelle lunghe notti gelate levava il muso alle stelle gettando lunghi ululati nello stile dei lupi, erano i suoi antenati morti e ridotti in polvere, che levavano il muso alle stelle e ululavano nei secoli attraverso di lui.
(Jack London)

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La Luna del Lupo è conosciuta anche come Luna Quieta dai celti. E’ esattamente la terza Luna dell’anno neopagano, che inizia a Samhain (31 ottobre). Questa luna ci invita all’introspezione: come semi in attesa di germogliare sotto alla bianca coperta di gelo che ora si è stesa sui campi, riflettiamo sulla nostra origine, avvolti dai ricordi che hanno fatto di noi ciò che siamo.

Noi, come i semi, raccogliamo le nostre energie e ci concentriamo unicamente su noi stessi, non più sugli altri, poiché solo un individuo integro e che ha conoscenza di sé può dare un sano aiuto al prossimo attraverso i propri frutti… senza rimanere vittima di ‘furti energetici’.

La Luna del Lupo ci chiede di riflettere e di usare l’intuito, la parte più intima di noi, ma anche di portare la nostra attenzione ai nostri cari ed alla nostra famiglia, qualunque essa sia, proprio come dei lupi che si riuniscono nel branco per affrontare la carestia portata dal gelo, raccogliendo le ultime forze. In quanto a famiglia si onorano le tradizioni, che da queste deriva il nostro oggi. Ma questo significa anche rivedere le proprie posizioni ed aggiustare il giudizio che si ha del mondo attuale, affinché l’onorare questa Luna porti sempre e comunque ad una evoluzione dell’ individuo, unico vero maestro di sé stesso ed ispiratore per il prossimo.

 

In un branco qualsiasi individuo è indispensabile, non solo quello Alfa: anche l’individuo Omega, infatti, attraverso alla sua apparente sottomissione e mancanza di arte serve a plasmare l’umore della famiglia e fa da legante tra tutti i suoi componenti. L’unione, quindi, fa la forza.

Certo è che nel meditare circa le nostre radici, lo faremo anche sugli eventi dolorosi legati ai nostri cari; a cosa ci è servito questo dolore? Siamo forti abbastanza per perdonare e lasciare andare col gelo la sofferenza? Cosa ci serve per trovare questa forza e il coraggio per farlo?

 

Sii forte che nessuno ti sconfigga, nobile che nessuno ti umili, e te stesso che nessuno ti dimentichi.

Paulo Coelho

 

La Luna Piena di Gennaio è una Luna di terra, connessa fortemente al ventre dell’universo, ma anche della donna. E’ la Luna del focolare, del concepimento e dei progetti comuni, per questo i rituali che la riguardano sono rivolti alla protezione della propria casa e dei propri cari.

È collegata all’ albero della Betulla, l’albero dei nuovi inizi e della protezione, la cui corteccia rinforza la qualità del coraggio e della tolleranza verso sé stessi e gli altri.

 

Fiori: Crocus, Calicantus e Bucaneve

Erbe: maggiorana, nocciole e pigne

Colori: Bianco candido, nero e azzurro

Pietre: onice e crisoprasio

Divintà:Freya, Inanna, Hera e Sarasvati.

Animali: Cane, Volpe e Lupo o Coyote

 

Buon Festeggiamento e soprattutto buona introspezione.

.: Focolari a Nord- Est :.

 

 

 

.: Befana e Mito :.

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Con l’avvicinarsi dell’epifania, si avvicina anche il tempo del Panevin, un falò che Veneti e alcuni paesi del Friuli Venezia Giulia accendono per festeggiare l’anno che è appena terminato e propiziare quello nuovo. Le origini di questa usanza sono molto remote e legate ai culti dei celti attorno al V secolo a.C. .Originariamente era acceso la notte di Yule per festeggiare il ritorno della metà anno di luce. Solo successivamente alla cristianizzazione delle campagne venete, questo venne spostato alla notte dell’ Epifania per accompagnare il cammino dei Magi e vegliare sulla loro visita al Bambinello.

Chiedendo a mia nonna come usassero accendere il Panevin quando era piccola (si parla degli anni 30-40) mi ha raccontato quanto segue:

 

La notte della vigilia, a seguito della ripulitura di boschi, campi e alberi da frutto dai rami rinsecchiti e caduti, suo nonno selezionava un ramo a forma di “Y” e lo metteva a bruciare nel camino. Si aveva cura che i tizzoni creati dall’ ardere del legno resistessero fino al 5 gennaio e solo allora i bambini si riunivano e ad uno di loro veniva affidata la ‘bronza’ (tizzone), che avrebbe trasportato fino al catasto di legname al fine di accenderlo. Il prete poi provvedeva alla benedizione del falò e un eventuale scoppiettio del fuoco significava la fuga del demonio dai campi, con conseguente raccolto  florido in estate.

 

 Ad oggi rimane solo la divinazione attraverso l’osservare la direzione del fumo di questo Panevin.

 

Se al fum va a matina,cio’l su el sac e va a farina  

Se al fum va a sera, de poènta pien caliera.            

(Se il fumo va verso est, dovrai lavorare molto per avere un raccolto .Se il fumo va verso ovest, il  raccolto ti garantirà un paiolo  sempre pieno di polenta.)

Occasione di incontro tra famiglie, soprattutto di agricoltori, il 5 gennaio viene festeggiato anche con il dolce tipico dell’epifania, fatto con farina di polenta e frutta secca e un bicchiere di vin brulè. A seguire, il giorno dopo, i bambini trovano la calza appesa al camino piena di carbone in caso di condotta birichina o dolcetti e frutta.

 

La Befana e Strenia

L’origine della Befana deriva appunto dal mondo agricolo, è ciò che resta delle feste chiamate Saturnalia o Sigillaria in onore della dea Strenia . In loro concomitanza ci si scambiavano messaggi augurali e ai bambini venivano donate delle statuette d’argilla o di pane, chiamate ‘Sigilla’ ( dal latino signum, statua) o di altri materiali a seconda delle possibilità di chi donava, raffiguranti delle donne o animali. Proprio dalla parola Strenia deriva il termine strenna, sinonimo di dono.

Molto simile a Strenia, dea di prosperità, salute e buona fortuna, vi sono le figure mitologiche germaniche di Holla e Berchta che impersonificano la natura invernale che si fa vecchia ed aspetta la rinascita del Sole, atteso con i falò.

 

Frau Holle e Perchta

Anche se con la cristianità la Befana è stata accompagnata da una fama di vecchia strega che può procurare la morte a tutti i bambini non battezzati, secondo la mitologia germanica questa non ha una connotazione negativa, bensì è portatrice di mutamento e rinnovo, proprio come Cailleach. Frau Holle porta dunque fertilità e abbondanza, è dea dei matrimoni e padroneggia i cambiamenti climatici come sole, pioggia e neve, ma anche personifica la terra selvaggia, non coltivata e dunque ricca di alimentazione per le future coltivazioni. E’ chiamata anche Nonna Inverno (forse la moglie del famoso Babbo Natale chiamato dai popoli slavi Deda Mraza, ovvero nonno gelo?). Di Holle la gentile si racconta che nei dodici giorni seguenti il Solstizio, voli in lungo e in largo per i campi su di una slitta trainata da 12 cani e distribuendo doni a tutti, accompagnata da bambini, da streghe a cavallo di scope e dalle creature del Piccolo Popolo.

Come Frau Holle, le tradizioni alpine precristiane raccontano anche di Perchta la splendente che insegna l’arte del filare. Entrambe nei dodici giorni santi vagavano per campi e case, che in quel periodo non devono assolutamente venir pulite, né sistemate, per rivelare così se durante tutto l’anno appena trascorso le signore di casa hanno prestato cura ed amore ai loro focolari e magioni; ma non solo, anche nel filare. Una brava filatrice verrebbe premiata con scorte di lino e lana a non finire, al contrario i suoi filati sarebbero ingarbugliati e difficili da lavorare. Di Perchta si sa che è anche signora delle bestie, nonché guardiana del mondo animale. Sia Holle che Perchta, chiamata anche Berta, sono spietate e non serbano pietà per i violenti ed i prepotenti. I serbi la conoscono come Srecha, che significa ‘’fortuna’’.

 

Mamma Oca, sulle orme di Reitia

All’ epoca dell’inquisizione queste figure di donne-strega sono state bandite dal folklore, ma sopravvivono nell’ ombra grazie alla letteratura francese, in cui vi è un accenno a ‘Bertha piedi di papera‘ e grazie a dei racconti popolari in cui Holla e Berchta vengono rappresentate come una benevola mamma oca o in una signora anziana dalle zampe d’oca che racconta delle storie ai bambini. La prima volta che troviamo un riferimento a ‘’mamma oca’’ è nel 1626, ben quattro anni prima della fine dei processi alle streghe, mentre nel 1697 troviamo una sua prima immagine stampata nel libro ‘’ Tales of Mother Goose–  i Racconti di Mamma Oca’’.

A partire dai primi anni del 1800 finalmente  si ridà una aspetto di strega benevola a mamma oca nella rappresentazione teatrale ‘’Arlecchino e mamma oca’’, in cui la donna risveglia dalla morte una giovane e ordina ad una tempesta di aver luogo. Solo a fine Ottocento l’arte ritorna a parlare tranquillamente di Berchta accostandola ad Afrodite.

Considerando i tratti salienti di Mamma Oca/Berchta mi pare doveroso sottolineare delle corrispondenze con la dea dei Veneti antichi, di cui ancora poco si sa: Reitia.

 

Chiamata anche Potnia Theron (signora degli animali) e legata al culto della fertilità e anche dell’aldilà, questa Dea veniva raffigurata come una donna dalle zampe d’anatra, proprio come Berta, o con la testa equina. Di lei sono state ritrovate raffigurazioni in cui appare pure velata e circondata da animali, e qui vi è una forte corrispondenza con la Cailleach, dea protagonista del solstizio invernale, nonché santa Lucia. Veniva celebrata con ben otto roghi posti nei templi in corrispondenza dei punti cardinali e dei loro intermedi. In questi roghi venivano fatte bruciare delle statuette di bronzo (un rimando a Strenia?) e altri cimeli metallici con delle iscrizioni in Venetico, nonché numerose ossa di animali. Anche lei come Strenia vive nei boschi, ma a sua differenza aiuta le donne durante il parto e benedice le acque, tanto care al commercio veneziano. Gli animali a lei cari sono i cani, i lupi, i leoni ed i volatili selvatici.

Reitia deve forse il suo nome ai Reti., abitanti delle Alpi Retiche, ma è anche citata con altri nomi come Sanatei Reitiai, Sainatei Trumusicatei Tri (colei che scocca i dardi). Questo ultimo nome la ricollega anche ad Ecate e Porai Vebelei.

Le sacerdotesse di Reitia ricevono da questa il dono della scrittura.

 

E’ chiaro, alla luce di tutti questi collegamenti, che la figura della Befana riporti all’archetipo della donna anziana, fattasi saggia e che ormai è in grado di discernere il bene dal male. Questa capacità le dà modo di scegliere ciò che deve sopravvivere ai tempi e ciò che va buttato sul rogo per trovare un rinnovo. Essendo fortemente collegata all’elemento Terra e di riflesso anche a quello dell’ Acqua, la Befana porta salute e fertilità, come una qualsiasi donna che ha fatto suoi i tempi vissuti e li insegna ai propri nipoti, seguendo il filo della sua esistenza. Va quindi festeggiata con i frutti della Terra, quali noci, mandorle, nocciole e frutta rinsecchita come fichi e datteri, ma anche con il grano macinato per essere conservato nel lungo inverno. A lei è dedicato il dolce Pinza, originariamente fatto ocn pane secco rinvenuto con acqua e uvetta, poi negli anni rielaborato con farina di polenta cotta nel latte ed arricchito con uvette e frutta secca. La Pinza è il dolce che insegna a creare del buono, un’occasione di festa e buon augurio da ciò che ormai è vecchio e decadente. È tradizione che dura tutt’oggi quella di assaggiare almeno sette pinze differenti durante il Panevin.

 

.: Focolari a Nord- Est :.